IL PRIMO BACIO (monologo)

 

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Della vita credo di sapere ogni cosa. Dell’amore pure. Della morte non tutto grazie a Dio, ma tanto si.
Non è pubblicità che voglio fare al titolo del mio libro questo inizio, che al momento non sono ancora sicuro circa la data della sua prima uscita. Però il mio amico Ego sta già lavorando al secondo come se davvero fosse uno scrittore. Presuntuoso e sbruffone. La vita, l’amore e la morte sono i tre punti cardine della vita dell’uomo. Quelli su cui ruota tutto.
La vita è un saliscendi continuo di gioie e dolori, di amore ed odio, di successi e fallimenti, di giorni bui e luminosi. Di lacrime e risa. Partire e tornare, Fare e disfare.

L’amore è un battito di cuore finchè dura. Un respiro corto, uno a mezz’aria ed un altro a pieni polmoni a seconda dei momenti di piacere o di passione. E’ di testa, di cuore o di stomaco. Io li ho conosciuti tutti. Preferisco quello di stomaco assolutamente. Gli altri sono belli o utili, dipende dal perchè iniziano. Ne ho avuti tanti, forse troppi ma non sono il solo. Di stomaco invece soltanto tre. Tre e mezzo a dire il vero. Almeno così dicevo fino a ieri. Poi mi sono accorto che sono quattro e mezzo. Il quarto proprio non lo sapevo. Non lo ricordavo. Era dentro di me e non ne sapevo nulla. Giaceva forse, assopito.
Mi è venuto in mente il Simposio di Platone.

“Durante il simposio, prende la parola anche il commediografo Aristofane e dà la sua opinione sull’amore narrando un mito. Un tempo – egli dice – gli uomini erano esseri perfetti, non mancavano di nulla e non v’era la distinzione tra uomini e donne. Ma Zeus, invidioso di tale perfezione, li spaccò in due; da allora ognuno di noi è in perenne ricerca della propria metà, trovando la quale torna all’antica perfezione”.

Così mi sono messo a pensare su come fare per avere la prova perfetta, la certezza matematica che non stessi vaneggiando. Che questa mia improvvisa illuminazione non fosse una delle mie ricorrenti elucubrazioni mentali, ovvero questa scoperta del quarto amore di stomaco, l’origine degli altri tre e mezzo quindi l’Alfa dei miei amori. Quello che, probabilmente, ha dato inizio alla ricerca della metà mancante. Una follia lo so. Ma tant’è. Sarà che ho la fissa dell “Alfa” per adesso. Io vado a fisse. Qualcuno sorride di questo mio dire. Credetemi abbiamo tutti un Alfa ed un Omega nella vita. In ogni cosa.

Non rinnego nulla degli altri tre e mezzo, compreso l’ultimo il più lungo. Nemmeno del mezzo che all’epoca è stato breve come un lampo. Tutti vissuti intensamente, sinceramente, con amore, rispetto e devozione come dovrebbe essere sempre.
Così, nel tentativo di comprendere il senso dello scorrere del mio mezzo secolo ho fatto un esperimento:
Ho preso una mela e con precisione certosina l’ho divisa in due. Buccia, polpa ed ossa. Le due metà erano perfettamente identiche e speculari. Combaciavano magistralmente.

Cionondimeno da questo esperimento non riuscivo a trovare però il collegamento con il mio pensiero, ovvero la mia presunta scoperta. Allora ho preso un’arancia ed ho fatto la stessa operazione dividendola in due. Era un’arancia rossa, sanguinello. Forse per via del colore simile al sangue che colava anche questo esperimento, sebbene riuscito, non mi fece trovare alcun nesso. D’improvviso il genio.

Il genio è fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione. Ero certo di avere ciò che mi serviva conservato in un cassetto. Era un bacio. Un bacio di cioccolato con la nocciola in testa a mò di cappello. Non posso fare pubblicità. Andai verso la dispensa e lo vidi. Stava li immobile. La carta argentata che lo proteggeva brillava o forse ero io che vedevo quel luccicare. Lo scartai lentamente, lo misi sul tavolo e con la lama affilata e perfettamente liscia di un coltellaccio lo tagliai in due in un solo colpo deciso.

Ero emozionato. Neppure una briciola di cioccolato, un impercettibile granello di nocciola si era staccato da quella che era la forma originale. Presi le due metà e constatai che combaciavano. Tutto mi era chiaro adesso. Avevo trovato il trait d’union con il mio pensiero. Quello che volgarmente chiamiamo la prova provata.

Il bacio. Tutto traeva origine da li. Da un bacio di sole labbra dato al crepuscolo. Ad occhi chiusi come se già non bastasse il buio ad oscurare ogni cosa. Invece quel bacio ebbe l’effetto di una lampada da 1000 watt sulla mia anima. La irradiò di una luce abbagliante così forte da farla confondere, sovente, nel corso degli anni al solo ricordo. Non è stato necessario l’uso della lingua in quel bacio per sentire il sapore dell’uno e dell’altra. Bacio alla francese si dice in questo caso.

Recalcati sostiene che baciare in quel modo significa “ospitare l’altro”. L’uno entra nel corpo dell’altra attraverso il bacio ed entrambi permettono l’accesso al proprio intimo.
Quel bacio di sole labbra ha fatto si che l’anima ospitasse un’altra anima. Non un corpo un altro corpo. Non l’amore un altro amore. E’ stato un bacio di anime. All’epoca pure. E’ stato un flash. Un ricordo improvviso. Come quando ci si sveglia dal coma. Sono stato due volte in coma ma non ho alcun ricordo del sonno improvviso né del durante.

Di quel bacio ricordo ogni istante. Come di ogni amore. L’attimo d’inizio ed il suo finire. Breve come un lampo, accecante come un fulmine assordante come un tuono. Eterno come il bacio del primo amore. Se e’ stato amore.

Pochi uomini (inteso come genere umano, quindi anche le donne) hanno la fortuna di conservare il ricordo di un bacio. Che sia il primo o l’ultimo poco importa. Importa ciò che ha trasmesso quel bacio. Il senso che ne abbiamo dato dopo averne sentito il sapore, il profumo, il respiro. Si il respiro. Anche i baci respirano. Il polmone del bacio è l’anima. Nell’istante in cui le labbra si incontrano inizia il respiro dell’anima. Può durare un giorno, 3 mesi o anni, anche dieci o tutta la vita. Intendo la vita vissuta. E’ quel che rimane dentro l’importante, ed è quello che poi inevitabilmente ci accompagnerà nel tempo.

E’ quel che rimane di ogni storia vissuta, in generale, ma soprattutto di ogni amore vissuto alla fine, a pesare sulle scelte delle nostra vita. Le prime amicizie, le prime esperienze di lavoro, tutto ciò che è “prima” ci segna inevitabilmente, Rimane una traccia di quell’esperienza sia nella mente che nel cuore. Potete anche dissentire. Magari è un sentire soggettivo ma pensateci. Non vi costa nulla.

Ho ripensato a quel bacio ed a tutti i baci dati e ricevuti. Sono tanti è vero ma in ognuno di essi vi è la traccia del primo bacio. Il primo respiro dell’anima. Il primo vagito. L’attimo esatto della nascita dell’amore in ognuno. Estremizzando, come se già non bastasse tutto il mio dire, potrei dire che il primo bacio rappresenta il compleanno dell’amore ed andrebbe conservato nella memoria il giorno, il mese, l’ora, l’istante del suo avvenire. Così da poter festeggiare il compleanno dell’amore.
L’ingresso di ognuno in questo mondo così complesso e semplice al contempo. Dolce e struggente. Fantastico e disperatamente reale. Magnificamente e terribilmente vero.

Ma chi lo ricorda il giorno, il mese, l’ora, l’attimo esatto del primo bacio? Nessuno o quasi. Nemmeno io e me ne dolgo.

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LA VERITA’, TUTTA LA VERITA’ (Esperimento 6)

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Tracce: Amore-Dolore- Male/Malattia(?) Impotenza- Confessione- Addio (un preludio, non un vero addio) Rabbia-(urlo) Fame d’aria. No Racconto-No poesia. Dialogo.

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Vuoi che ti dica la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità e che ti dica lo giuro? E’ questo che vuoi?

Si, dilla. Voglio sentirla la verità una volta soltanto. Quella vera però. Non girare intorno come al solito. Nessuno saprebbe dirla come te. Qual’è la tua verità?

Ehh, la mia verità… Ok, la mia verità.
Non ho scampo. Non c’è rimedio per il mio male. Non ho i giorni contati ma … chi può dirlo? Si muore ancora così oggi, all’improvviso. Di subbito si dice dalle nostre parti.
Ed è questa consapevolezza che mi disturba,che mi fa sentire impotente. Il non avere scampo. Il non potere fare nulla per cambiare il corso delle cose.

E’ questa consapevolezza che mi fa stare male. Perchè so che non ti vedrò più un giorno, quando il mio male inevitabilmente mi costringerà ad andare via da te, perchè non riuscirò più a sopportare il mio dolore, nè il tuo nel vedermi soffrire ed al tempo stesso non potere, non volere dire e fare nulla per alleviare la mia, no, la nostra sofferenza.
E’ questa consapevolezza del dovermene andare lasciandoti sola senza nessuno con cui parlare, a cui chiedere una parola gentile, a cui regalare un sorriso a farmi stare più male. Più del male che mi divora. Ed è ancora più doloroso, sapere che mi ricorderai per sempre e non potrai fare nulla per farmi tornare. Ma chissà poi, se lo vorresti fare.

Mio Dio, ma cos’hai… di così grave. Perché non c’è rimedio? Che ne sai? Non sei un dottore. C’è rimedio a tutto ormai e poi, e poi… CAZZO CAZZO, MA CHE CAAZZOO ma perché me lo dici soltanto adesso che stai per morire? Perché non me l’hai detto prima? Se me lo dicevi prima…

Shhh zitta non urlare, lo sai che non mi piace. Ti ho sempre parlato sottovoce. Cosa se te lo dicevo prima. Cos’avresti fatto se te l’avessi detto prima. Magari mi avresti accontentato. Mi avresti dato un bacio, quel bacio. Non mi dire che magari avresti fatto anche l’amore con me, per un giorno intero. 24 ore. Te lo ricordi? 24… non te lo scorderai più questo numero ed ogni volta che lo vedrai penserai a me e ti metterai a ridere.
E mi penserai ancora mentre sarò chissà dove

Non hai capito niente come al solito. Ti allarmi per un nonnulla, anche se ho un raffreddore, se mi fa male il mignolo e se non è questo L’amore… che cos’è allora.

Non sto morendo. Non ho mai detto questo. Sei tu il mio male.
Mi sei entrata dentro con il rumore di un tuono e la forza di un uragano. Non hai nemmeno bussato, e dire che sei una signora per bene. Una signora d’altri tempi seppur giovane e bella. D’altri tempi nell’anima, nei modi, nei gesti, nei pensieri, nelle attenzioni. Hai spalancato la porta e ti sei seduta. Questa è mia. Questa sedia è mia. Questa finestra sul cuore è mia. Questa mente è mia. Quest’anima, così tormentata ma bella, è mia.
Questa tua passione è mia. Questa tua vita è mia. Da oggi.
Questo hai fatto e questo hai detto. Ti sei presa tutto. La mente, l’anima, il cuore. I miei respiri no, quelli te li davo io ogni volta che ti mancava l’aria. A me non servono prendili, so stare in apnea. Te li prendevi e ti salvavi ogni volta. Poi quando le tue crisi d’aria sono diventate tante, troppe, insostenibili per te hai detto basta. Torno a respirare da sola, lentamente come ho sempre fatto.

Ed io che me ne faccio adesso, di tutta quest’aria che mi sale in testa e mi confonde, di questi respiri che sono così tanti che non li riesco a fare tutti? Che me ne faccio.

VARENNE (Esperimento 5)

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L’ho ricevuta diversi giorni fa la solita mail. Non mi ispirava il tema o forse ero io poco predisposto per il mal di schiena. Stasera l’illuminazione. Parlavo di Parigi, guarda caso, di alcuni suoi luoghi magici. Del fatto che non ci sono mai andato né voluto andare da quando è sotto assedio. Perché questo è. Quasi quasi mi era venuta voglia. Mi è passata. Scusami Notre Dame, se non parlo di te ormai ferita e morente. Ma rinascerai.

Tracce: La Francia- l’amore- i cavalli- l’attesa- la resa- Un tono decisamente antico. Così è nata Varenne. Spero che vi piaccia.

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Varenne
puledra francese
dalla chioma nera
ed il manto bruno.
Felpato e liscio,
lucido e raso

Da terra al garrese
non più di dieci spanne
e due occhi neri
come la notte in mare

Figlia di campione
di monta e di salto
di trotto e galoppo
e sua madre
una magnifica fattrice
fedele compagna
amorevole mamma

S’innamorò di uno stallone
che sfidò suo padre
e vinse il fellone
senza correre nemmeno
neppure un salto
e mai nessuna coppa

Nei suoi giorni da sola
chiusa nella stalla
Varenne ricordava
quando era una stella
la più brilla,*la più bella
ed orde ad inseguirla

Svaniti i giorni
delle corse in prateria
Varenne pianse ma non andò via
rimase a guardia della stalla
così che ancor pareva bella
a chi passando la guardava

E trasformò nel tempo
quel pianto in dolce canto
che udì un cavallo bardo
e se ne innamorò

“Sento nei versi
delle tue canzoni
ricordi lontani
di musica e suoni
di danze e baldanze
sussurri e sospiri
pianti sommessi e poi gridi
Prova a dirmi delle tue pene
le allevierò con il mio bene”

Vai via dalla terra
che non ti appartiene
con quale ardire mi parli di bene
queste parole non devi usare
vattene adesso o mi metto ad urlare
rispose Varenne con grande dolore

Il bardo ronzino
si mise distante
ai piedi di un pino
da sempre presente
fuori i confini di quella gente

“Sto qui in un angolo
non fiato, non nitro**, non sento
ti guardo soltanto
mangerò l’erba fuori dal campo
Se un giorno vorrai mi racconterai
se aiuto cercherai
mi chiamerai”

Si mise in un angolo ad aspettare
e se vi girate, lo potrete guardare
Da li non si muove

* brilla= brillante,che brilla

** nitro= da nitrire, parlare- non nitro/non parlo

SENZA TITOLO (Esperimento 4)

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Tracce: Amore- Analisi- Danno- Dolore- Ossessione-Passione-Paura- Pericolo- Rabbia- Sensualità- Quella sempre. Elegante, mai volgare. Mai.

Deve essere un dialogo, una confessione, uno sfogo, un incontro a due. Alla luce del sole non al buio.

Ci ho messo una settimana a farla. E’ stato più difficile delle altre volte. Troppe tracce. Troppo tutto. E’ venuto fuori qualcosa molto di fantasia ma in alcuni passaggi anche di personale. E’ venuta fuori una storia troppo lunga. Spero di non annoiarvi troppo

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Allora si sieda e mi parli: Da dove vuole iniziare? Dalle memorie scolastiche, da un trauma adolescenziale, da un ricordo qualunque? Decida lei. Iniziamo da un punto a caso e poi proviamo a ripercorrere tutta la vita.

Guardi che io non sono qui per questo. Non sono come gli altri.

Si che lo è. Siete tutti uguali.

Guardi che io sono diverso dal 90 % del mondo.

Lo dicono tutti. Quindi lei è uguale. Da dove iniziamo.

Io me ne andrei sinceramente. Non mi piace l’approccio.

Perchè non va via? La porta è alle spalle.

Bella domanda. Magari mi sono innamorato di lei dottoressa. Subito. Al primo sguardo. Come si dice: amore a prima vista? Me lo dica lei

E’ già un buon motivo per restare allora. Di solito succede dopo qualche seduta. Lei è precoce. Ma lo sono in tanti. Vede che ho ragione è uguale agli altri. E poi non sono dottoressa.

Come no? Parla come una dottoressa.

Parlare non è essere. Cosa fa resta o va via?

Resto. Mi fa incazzare ma resto.

Bene. Inizi da quello che vuole. Vuole un caffè. Un po’ d’acqua?

Si grazie, un caffè e un po’ d’acqua. Sa cosa faccio? Le do in mano un’arma. Un’arma con la quale lei potrebbe uccidermi un giorno.

Addirittura. E perché lo fa se ha questo timore?

Perché lei si è fidata di me. Mi ha aperto la porta della sua casa e mi ha lasciato entrare. Mi ha detto si sieda ed aspetti. E’ arrivata dopo mezz’ora. Ho avuto il tempo di guardare tra le sue carte e sapere i suoi segreti. Anche lei ha un lato oscuro dottoressa. Abbiamo tutti un lato oscuro. Lei sarebbe capace di qualunque cosa. Anche lei è come tutti alla fine. Adesso siamo pari. La pensiamo allo stesso modo. Voglio che siamo pari anche con i segreti. Così abbiamo entrambi un’arma adesso puntata uno contro l’altra. E ci possiamo fidare. Sarà la paura di chi spara prima a farci fidare.Oppure ci fideremo e basta, perchè magari alla fine della storia avremo imparato a volerci bene. Io la sua distanza, lei i miei baci immaginati.

Chi le dice che ho immaginato i suoi baci. Sfrontato e presuntuoso. Come tutti, glielo ripeto. L’ho fatta entrare di proposito nella mia casa. Sapevo il rischio. Ma non lo faccio con tutti. Di lei mi sono fidata. Non so perchè. D’istinto. La guardavo di nascosto mentre leggeva le mie carte. Ho visto che le leggeva con attenzione. Senza bramosia. Senza cattiveria. Potrei dire con affetto. Ma non ci conosciamo non può esserci affetto. Non può esserci niente. E’ solo un caso. L’ascolto. Possiamo iniziare.

Era un giorno di fine agosto, me lo ricordo bene. Quell’auto l’avevo da quasi due anni ormai. Era bellissima. Verde inglese. 200 e più cavalli. Sedili in pelle, centralina elettronica pure sotto il culo. Per riscaldare i sedili, per gonfiarli contro il mal di schiena, per alzarli, abbassarli, inclinarli, spingerli avanti e indietro. Un pulsante per ogni cosa. Climatizzatore pure dentro al cofano, caso mai ci volessi mettere le cassate e tenerle al fresco. Invece le “cassate” le facevo ogni volta che guidavo in autostrada. Perchè quel missile che pesava 1500 chili diventava una piuma appena schiacciavo il pedale dell’acceleratore. Una piuma incollata alla strada. Un giorno a 260 sembrava un’amante impazzita che gridava ancora.
Ancora, ancora. Aveva un brutto vizio. Quand’era così eccitata beveva e costava cara la sua bibita preferita. Per ingozzarla fino all’orlo del suo stomaco ci voleva il contante abbondante (anche la carta di credito andava bene ma mi serviva la rima: “cont-ante- abbond-ante”) Pollice ed indice rotante per chi sa cosa vuol dire.

Fu amore a prima vista. Come la maggior parte dei pochi amori che ho avuto. Donne tante ma amori pochi. Questo è l’ego che si intromette. Fatti i fatti tuoi Ego, non ti immischiare. Scusa è più forte di me. Dicevo fu amore a prima vista. La guardai e mi innamorai. La misi in moto e provai un brivido. Farfalle in testa altro che pancia. Posso fare un incidentale dottoressa?

Si. Lo faccia.

Io solo se la guardo le farfalle ce le ho in testa ed in pancia.Mi si ferma la voce. Mi aumenta il respiro e se penso che devo andare via da qui mi viene da piangere.

Dicono tutti così. Lei è uguale agli altri. Vada avanti

Come mi fa incazzare… Si vado avanti. Viaggiavo molto. Per lavoro e per diletto. Poi iniziai a viaggiare più per diletto che per lavoro. Volevo che vedesse la mia auto nuova. Che provasse con me il brivido della velocità. Che provasse con me cosa succede quando il vento ti entra dal tetto a 200 allora. Solo che ogni volta che spingevo a 200 beveva e pure tanto. I soldi se ne andavano via ma che m’importa pensavo. C’era chi li faceva per me. Era più comodo. Io tornavo ed incassavo. Iniziai a fare solo questo. C’era una che mi amava. Me lo diceva con gli occhi. Io lo volevo detto con le parole. Le diedi quello che voleva una sera. Mi chiamò di notte perché voleva parlarmi. Scese in pigiama. La portai a prendere i cornetti dicendole sei pazza. Ce n’era un’altra che mi amava da sempre ma io la vedevo amica. La rispettavo. Ci davamo i baci a mezza bocca quando ci salutavamo. Ed una che mi amava ma di bene. Ed era amica davvero.

Come sono i baci a mezza bocca?

Lo vuole provare?

No. Lo voglio sapere. Lo voglio sapere adesso. Subito.
Sembra quasi che muoia dalla voglia di provarlo invece. Va bene glielo dico. Sono quei baci di quando succede per caso, o si finge, di girare la guancia entrambi dallo stesso lato e poi all’ultimo momento si sterza un po’ come quando si scansa una buca ma ormai è tardi e la si prende nel bordo. Ecco, il bacio a mezza bocca è così. Poggiato tra la guancia ed il bordo esterno delle labbra, ma fatto in modo che si sente il sapore delle labbra, che si sente appena, sperando che venga voglia di sentirlo tutto invece, il sapore intenso del bacio. Quel sapore di saliva e passione misto insieme, come di un buon vino fruttato, speziato, dal profumo intenso e dall’aroma in gola forte, che quasi brucia. Che poi se ne ha voglia come delle ciliegie, che una tira l’altra

.

Pensavo fosse altro. Lo fanno tutti. Lei è come tutti. Vada avanti.

Poi c’era anche una signora per bene, quelle distinte con le scarpe con il tacco e la gonna. La camicia appena sbottonata, la giacca che fa uomo ma si resta donna. Che ammicca lo sguardo, che gli piace quello più giovane soprattutto se è il capo ed è anche il più bravo di tutti. A parlare, a scrivere, a gesticolare, ad intervenire, a risolvere, a confondere anche. Talmente bravo a confondere che un giorno è riuscito a confondere persino se stesso. Una confusione incredibile. Un disordine nella mente come non si sarebbe nemmeno potuto immaginare. Come del rumore di un motore che gira e non si riesce a fermare. Ce n’erano tante ma non ce n’era nessuna in realtà. Nessuna che davvero valesse la pena di tenere. Tranne quella che vedevo amica. Quella si, l’ho tenuta. L’ho tenuta stretta nel cuore anche dopo. Quella che mi amava di bene invece, l’amica, mi ha salvato la vita.

Venga al punto. Il tempo corre e lei lo spreca. Credo che lo abbia sempre sprecato. Lo ha sprecato sperperando anima e cuore a chiunque tranne a se stesso. Ma ha una minima idea di quanto vale il tempo? Io mi spaccio per dottoressa. Se lo fossi davvero dovrebbero darmi almeno 1000 euro l’ora. Come una prostituta d’alto rango. Ma non sono una prostituta, di nessun rango. Faccio come lei, lo regalo il mio tempo. Lo regalo e ci metto il cuore, l’anima, il cervello e tutto l’amore che posso. Non ha idea di quanti soldi ho perso. Sono come lei alla fine. Lei è come tutti ed anch’io sono come tutti. Ha ragione. Non piace nemmeno a me quest’approccio. Voglio che finisca questa storia subito. Adesso. Poi decideremo il da farsi. Mi faccia vedere le mani. (vede le mani) Lo sapevo. Finisca la storia.

La storia è presto detta. Non scelsi nessuna di quelle. Ne scelsi una che credevo speciale perchè mi fece il filo per due anni di fila. Due anni mica un giono. Tutti i giorni. Tutti i giorni per due anni. Ed io sempre a scansarla. Avrei dovuto continuare. Invece un giorno mi sorprese ancora di più. Quel giorno decisi che dovevo vederla davvero. Erano tutte infuriate.
La storia finisce ad un palo. Un palo della luce. Non un palo della luce qualunque. Il più grosso palo della luce che abbia mai incontrato. Alto come una montagna, grande e grosso come un bisonte e duro come un diamante. L’auto andava da 0 a 100 in nove secondi. Aveva la centralina modificata e ci arrivava in 7 scarsi. Non so quale sia la velocità di accelerazione in poche centinaia di metri, ma di sicuro era tanta. Partì a razzo. Non ero stato io. Solo che stavolta non era piantata a terra. Era leggera come una piuma e perse il controllo per colpa del suo stesso vento. Si schiantò al palo spaccandosi in due. La vidi aperta come una cozza e dal guscio le usciva il mare. Usciva senza poterlo fermare ed iniziai a bagnarmi. Prima il viso per via degli spruzzi, poi la camicia, i pantaloni, le scarpe ed alla fine mi ritrovai sommerso. E quel rumore di motore che girava non si fermò più per anni. Adesso invece non lo sento. Non lo sento più da quando sono entrato in questa stanza, Non lo sento più da quando la guardo. E’ stata lei dottoressa? Mi ha messo qualcosa nel caffè? Nell’acqua? Me lo dica. Per favore… Perché ho paura che mi ritorna.

Non le ho messo niente. Non abbia paura. Non torna più. Me lo sono preso io. Il tempo è scaduto. Se ne vada. Le farò sapere se deve restare o andare. Se decido che deve restare sappia che mi ha dato un’arma, anche se senza i proiettili. La uccido prima io se mi fa del male così lei non potrà farmi niente. Se invece decido che non deve più tornare, lei non mi farà niente. Ne sono convinta. E la ringrazio da adesso.

E il parkinson? Ho paura anche di quello.

Quello non glielo posso togliere. Se le viene se lo tenga. Imparerà a conviverci. Come fanno tutti. Lei è uguale ali altri.

IL BACIO (Esperimento 3)

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Tracce:  Amore-Amante-Amico- Bacio- Andare-

Ti potrei anche baciare. Alla fine tu rimarresti innamorata del mio bacio ed io delle tue labbra. E poi? Tu mi cercheresti ed al tempo stesso fuggiresti. Io cercherei le tue labbra in ogni bocca e faremo passare gli anni così. Allora è meglio se io non bacio le tue labbra e tu non senti il sapore della mia bocca.

E’ meglio se siamo due amici, piuttosto che due amanti.
Io poi inizierei a scriverti le mie solite poesie tutti i giorni e diventerei un tormento per te ed anche tu lo saresti per me, quando poi l’immaginazione inizierebbe a non bastarci. Alla fine saresti sempre tu quella che vuole andare via ed io mi alternerei tra il trattenerti ed il lasciarti andare.
Allora è meglio così. Che diventiamo amici invece di amanti.
Perchè se diventiamo amanti non possiamo vederci tutti i giorni.
Io non so essere solo un amante. Non per sempre. Io so essere AmoreAmanteAmico e per sempre o almeno, come dico io dell’amore, finché dura.

LA DANZA COME MEZZO DI SEDUZIONE ( Esperimento 2)

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Tracce: Mare- Danza- Luna- Sole- Cielo- Eros (non volgare)- Desiderio-

 

 

 

Stasera nel cielo
c’è profumo di mare
e di buono
luce di luna
Così m’invento un profumo
che attira come nettare di miele

Basta malinconie
voglio immaginare una schiava
che balla per me
e mi ordina di scrivere
come fosse una regina

Balliamo insieme
una danza del ventre
di musica e parole
di gesti e di sguardi
che non sia soltanto fantasia
immaginazione
che sia anima e carne insieme

Un incontro di sole e luna
che nulla è impossibile
se mosso da passione
desiderio ardente che non brucia
infiamma
divampa la mente
urlando al corpo di andare
oltre ogni immaginare
oltre ogni inibizione

Oltre…

LUCIDA E SPIETATA (esperimento1)

Gli “esperimenti” sono composizioni in versi o narrazioni ispirati da alcune tracce che ricevo di volta in volta.

Esperimento 1- Queste le tracce – mare- sale- uomo- morire- ricordi- cuore- castelli/cancelli- bambino.

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LUCIDA E SPIETATA

Dalla scogliera lei guardava il mare
con gli occhi persi dentro le sue onde
ad ogni spruzzo, saltava via un ricordo
andando dalla schiuma bianca alla sua mente

Lei se lo prendeva e lo stringeva forte al seno
e lo abbracciava e lo stringeva fino a fargli male
fino a fargli perdere il respiro
e no che non moriva, no che non moriva

Più lo stringeva più lui non moriva
no che non moriva, no che non moriva
ma si insinuava dentro ai suoi pensieri
li carezzava piano per non fargli male
li guardava tutti ad uno ad uno
e dava in dono il suo sorriso a ognuno
lei voleva invece che moriva
che scomparisse tra le onde e non farsi più vedere
ma non moriva no, no che non moriva

Lei dalla scogliera a casa ritornava
tra le sue mura grandi e le finestre
chiuse dalle grate, chiuse dalle grate
e tutt’intorno pieno di cancelli
tutt’intorno pieno di cancelli
alti e grandi come quelli di un castello
ma lei non era una regina

Lei non era una regina
lei era la schiava più bella del reame
era la schiava più triste del reame
viveva in gabbia come un canarino
che non sapeva più come si fa a volare

Ma era lucida e spietata, era lucida e spietata
con lei e con il suo cuore

Dalla finestra lei guardava il mare
così lontano ormai per il suo cuore
che dal dolore non riusciva a respirare
e quante volte ha pianto di ricordi
quante lacrime ha ascoltato piangere
quante lacrime ha ascoltato piangere perchè
quando piange una lacrima non batte più il cuore
quando piange una lacrima non batte più il cuore
per questo a ognuna dava una parola buona
una carezza e un po’del suo respiro
che tanto a lei più non serviva

Lei era lucida e spietata,era lucida e spietata
con lei e con il suo cuore

Lei un giorno ritornò al suo mare
si mise a cavalcioni alla scogliera
e pianse sola sulla roccia, quasi tutte le lacrime che aveva
e disse al mare te le porto in dono
ma tu non mi tradire, almeno tu non mi tradire
per favore… almeno tu non mi tradire
non ho nessuno a cui parlare

Poi fammi diventare come il sale
che brucia le ferite e ferma il sangue
fammi diventare come il sale
soltanto questo voglio diventare, per favore
come il sale

Lei era lucida e spietata
lei era lucida e spietata e da quel giorno
non lo fu più soltanto con lei e con il suo cuore

Il mare pianse quando udì le sue parole
gli raccontò di schiaffi in faccia e calci al cuore
che prese dalla vita e non soltanto
gli raccontò di notti appese a un filo
cercando un giorno il volto di sua madre
un altro il cuore di suo padre in ogni uomo
e un altro il giorno in cui lei smise di volare
per darsi in sposa a chi diceva di volerla bene

Gli raccontò di tradimenti e di sospiri
che gli appartenevano ed aveva perduti
Dei giorni di bambina in riva al mare
di un bacio ormai dimenticato e mai più avuto
fin quando non l’ha ricordato
Momenti felici e spensierati e anche di quando
ha visto il suo castello sgretolarsi e diventare fango

Di tutti i morti che ha veduto,
andare via per sempre ad uno ad uno

Gli fece la promessa che se gli avesse fatto dono
di quel regalo che gli aveva chiesto
in nessun cuore avrebbe piu’creduto
e nessun cuore avrebbe carezzato
mai più per davvero e per nessun motivo
e si sarebbe fatta schiava, disse per amore
ma in verità soltanto per lenire il suo dolore

In verità soltanto per paura
di ciò che l’ha tradita fuori, l’ha delusa, ferita, quasi uccisa.
In verità soltanto per paura
di quei giorni a due a due con l’altra lei
che seppe un giorno e non la lasciò mai
fino a diventarne il suo terrore

Così si mise addosso una catena
e si legò da capo a piedi
inventandosi dottore d’ogni male
e scopritore di rimedi di altrui danni
così che dell’amor che aveva dentro
qualcuno ne potesse ancor giovare

Ma guai a colui che al suo cospetto
non si fosse presentato a capo chino
bensì con l’aria da furbetto e scudo e lancia in mano
ne avrebbe fatto pezza manco per le scarpe vecchie
e del suo cuor bocconi buoni solo per i cani

Lei era lucida e spietata
lei era lucida e spietata e da quel giorno
non lo fu più soltanto con lei e con il suo cuore

Il mare la guardava da lontano
quant’era bella e quanto fosse fiera
d’essere la donna che ormai era, o almeno si credeva
forte e spavalda come una guerriera
Ma in verità, così soltanto lei appariva
perchè non permetteva al vento alcun sussurro
che di bugie ne aveva già portate tante
e al sole più non dava il suo bel viso
perchè il suo volto anch’egli l’ha deriso

Lei era lucida e spietata
lei era lucida e spietata e da quel giorno
non lo fu più soltanto con lei e con il suo cuore.

Un giorno poi ne vide uno
che s’affacciava dalla spiaggia e la guardava
lo riconobbe ch’era il cuore di un bambino uomo
ma disse è troppo tardi, ormai ho promesso al mare
però lo voglio almeno accarezzare.
Una volta, una volta soltanto

Un giorno lei l’ucciderà: Era l’amore